La profondità di campo è, insieme all'esposizione, uno degli strumenti più espressivi a disposizione di chi fotografa. Determina quanto di un'immagine appare nitido e quanto invece si dissolve in una sfumatura morbida, e quindi guida letteralmente lo sguardo di chi osserva verso ciò che deve essere notato per primo. Controllarla con precisione, però, richiede di superare qualche equivoco molto diffuso su cosa la determini davvero.
Cos'è la profondità di campo
La profondità di campo è l'intervallo di distanza, davanti e dietro al punto di messa a fuoco, che appare accettabilmente nitido in una fotografia. Non è mai un confine netto: è una transizione graduale, che passa dalla piena nitidezza a una sfocatura sempre più marcata man mano che ci si allontana dal piano di fuoco. Una profondità di campo ridotta isola il soggetto principale; una profondità di campo estesa mantiene leggibili più piani della scena contemporaneamente.
I fattori che la determinano davvero
I due fattori che incidono più direttamente sulla profondità di campo sono l'apertura del diaframma e la distanza dal soggetto. Un'apertura ampia (valori f bassi, come f/1.4 o f/2) produce una profondità di campo ridotta; un'apertura chiusa (f/11, f/16) la estende. Allo stesso modo, più ci si avvicina al soggetto, più la profondità di campo si riduce, indipendentemente dall'apertura scelta: è per questo che una macro a pochi centimetri di distanza ha sempre una zona a fuoco millimetrica.
Un equivoco molto comune riguarda la lunghezza focale. Si tende a pensare che un teleobiettivo produca automaticamente sfondi più sfocati rispetto a un grandangolo: in realtà, a parità di inquadratura (cioè se il soggetto occupa la stessa porzione del fotogramma), la profondità di campo resta sostanzialmente la stessa. L'effetto "più sfocato" che si osserva con i teleobiettivi dipende dal fatto che, per ottenere la stessa inquadratura, ci si allontana dal soggetto e si comprime otticamente lo sfondo, non da un cambiamento diretto della profondità di campo. Anche la dimensione del sensore incide, ma indirettamente: sensori più piccoli richiedono focali più corte per ottenere lo stesso campo visivo, e una focale più corta, a parità di apertura, produce una profondità di campo maggiore.
Come scegliere la profondità di campo in base al soggetto
In un ritratto, una profondità di campo ridotta separa il volto o il capo indossato dallo sfondo, eliminando distrazioni ed enfatizzando texture e dettaglio. È una scelta particolarmente efficace quando lo sfondo non aggiunge informazione utile alla composizione.
In uno still life con più prodotti disposti su piani diversi, o in una foto di gruppo, una profondità di campo estesa garantisce che ogni elemento resti leggibile, evitando che gli oggetti più lontani dal punto di fuoco risultino sfocati in modo indesiderato. In questi casi si lavora tipicamente con aperture più chiuse, accettando la necessità di più luce o di tempi di scatto più lunghi per compensare.
Nelle composizioni con più soggetti disposti in profondità, come un piccolo gruppo in posa su più file, la distanza tra il primo e l'ultimo soggetto va sempre valutata insieme all'apertura: superata una certa distanza, anche un'apertura moderatamente chiusa può non bastare a mantenere tutti i piani ugualmente nitidi.
Errori comuni da evitare
Il primo errore è scegliere l'apertura più ampia disponibile per abitudine, senza valutare se la profondità di campo risultante è compatibile con il soggetto: in un ritratto di gruppo, un'apertura da f/1.4 lascia quasi sempre qualcuno fuori fuoco. Il secondo è dimenticare che avvicinarsi al soggetto riduce la profondità di campo indipendentemente dall'apertura, il che può vanificare lo sforzo di chiudere il diaframma se ci si è avvicinati troppo. Il terzo è attribuire alla lunghezza focale un effetto che in realtà dipende dalla distanza di ripresa e dalla compressione prospettica, il che porta a scegliere l'obiettivo sbagliato per il risultato che si vuole ottenere.
Conclusione
La profondità di campo è uno strumento compositivo prima ancora che tecnico: decide cosa lo sguardo deve leggere per primo in un'immagine. Va scelta in funzione del soggetto, non per abitudine, tenendo conto che apertura e distanza dal soggetto contano molto più della lunghezza focale usata.